Vita in risaia

 

"Mamma, papà, non piangere, se sono consumata, è stata la risaia che mi ha rovinata".

Ancora non si è spenta la canzone che già si innalza il commento benevolmente critico del direttore. È l'unico maschio presente nell'ampia sala ricoperta di attestati e benemerenze conquistate "sul campo" di una lunga attività concertistica svolta in Italia e all'estero in venticinque anni. In calzoncini corti e camiciola, sull'alto podio, domina con incontrastato affetto le "sue" donne, tra cui la moglie e la figlia, che hanno accompagnato le prove dei canti con ritmici, sonori schiaffi a braccia e gambe per schiacciare le zanzare già fameliche.

Eppure le zanzare, per quanto fastidiose in questa Novi di Modena quietamente raccolta nella calda notte di fine giugno, non sono nulla in confronto a quanto si è accanito, nelle giovani estati di quarantacinque, cinquanta, sessanta anni fa, su quelle stesse braccia e gambe.

Erano quasi tutte ragazzine, allora. Alcune, di soli tredici anni, partivano per la prima volta, spensierate, con trepidante senso di avventura, utilizzando il nome di una sorella maggiore (ma la paga era sempre da ragazòla fino ai quindici anni); le salutava il pianto materno. Le altre partivano e basta.

Tutte, sul far dell'alba, salivano su quel lungo treno-bestiame che le raccoglieva attraverso le campagne padane.

Era, di solito, il 24 maggio. La sera tardi erano già in Piemonte, a Novara, a Vercelli. Venivano a prenderle alla stazione, con i carri, e poi via, verso le cascine disseminate tra campi e risaie, per quaranta, quarantacinque interminabili giorni. Sempre in gruppo, allora come oggi: nel lavoro, nel canto, nella vita. Nel racconto che, di bocca in bocca, in fila come allora, sul leggero semicerchio del coro, per sempre le unirà. Appena arrivate nello stanzone dell'altissimo soffitto dove dormivano in venti (ma, a seconda delle dimensioni, anche in cinquanta o sessanta), coi fili per la biancheria stesi a raggiera tutt'intorno, c'era il pagliericcio da riempire di fieno e da cucire grossolanamente, delimitandolo a un'estremità con quella cassetta in legno che, per la mondina, era tutto: valigia, armadio, tavolo, cassaforte, rifugio, casa.

Sveglia alle 4.30, al più tardi alle 5: il caposquadra passava tra i pagliericci addormentati tirando più o meno scherzosamente i piedi ancora stanchi. Seguiva una rapida lavata nella fredda acqua della roggia, il fosso vicino alla cascina dove, a mezzodì, si sarebbero sommariamente lavate anche le stoviglie, nella stessa acqua in cui magari gli uomini, più a monte, contemporaneamente gettavano il corpo sudato e infangato. Gli uomini direttamente impegnati nella monda del riso erano pochi: si trattava soprattutto di "cavallanti", circa quattro o cinque ogni cinquanta donne.

Mondine e cavallanti, ai primi chiarori, raggiungevano le terre bagnate, distanti anche mezz'ora di cammino, e lì iniziavano la giornata di lavoro che durava dalle otto alle dodici ore, spesso superando "inavvertitamente" la soglia sindacale. Tanto, la manodopera era più che abbondante, direttamente proporzionale alla fame delle famiglie che, a casa, aspettavano il loro ritorno con l'amara frase di benvenuto: "Hai perso delle ore?". Le crumire, poverette anche loro, erano molte; le donne di Novi, che andavano specialmente nel Novarese, a San Pietro Mosesso e a Pagliate, insieme con quelle di Brescia, Ferrara, Mantova, del Veneto, ne ricordano parecchie con ancora viva indignazione, ripensando alle loro prime lotte organizzate che hanno fatto seguito, nel secondo dopoguerra, alle proteste spontanee.

Il lavoro era duro veramente. Nelle varie "quadre" o "piane", misurate in pertiche, in cui venivano suddivise le risaie, le donne, da sei o sette fino a dodici, si disponevano in file parallele: maglia, sottana oppure pantaloni tagliati e arrotolati sopra il ginocchio, calze di lana o di nylon sempre fin sopra il ginocchio e manicotti al braccio, fermati al polso e alla spalla con due elastici o pezzi di spago, per proteggere dai vari animali d'acqua o dal riso stesso, che con la sua spiga raspava e tagliava. I piedi, nudi. Così, a testa in giù, in mezzo all'acqua anche al ginocchio, fino a pomeriggio inoltrato, a mondare il riso, cioé ad estirpare le erbe infestanti che, raccolte in mazzetti, venivano passate di mano in mano dal centro di ogni fila alle estremità, e poi gettati nei canaletti di scolo laterali, al grido di "erba, erba", quasi un passaparola.

Le erbe erano sia grosse che sottili: giavòun, cuciarèin, gucci, sigulèin. L'erba più grossa e dura da strappare, era i lgiavòun. Aveva le radici, bisognava andarci sotto con le dita; a volte era necessario l'intervento degli uomini, con il rampone. Il ciuciarèin aveva una foglia che si allargava, in alto, proprio come un cucchiaino, come diceva il nome. Gucci e sigulèin erano invece esili, simili all'erba cipollina.

Ma quante insidie, in quell'acqua piena d'erbe, per quelle ragazzine spesso impaurite e piangenti, per quelle donne perfino settantenni, per quelle mamme preoccupate per i bimbi lasciati a casa, negli "asili per i figli delle mondine", che non solo loro, ma tutte quante contribuivano economicamente a tenere aperti.

Di tutti i tipi, erano gli animali: innanzitutto, bisce. Venivano afferrate, dalle più coraggiose, per la testa, fatte roteare due o tre volte in alto e poi scagliate all'indietro.

Una volta Silva ne gettò una, senza volere, intorno al collo del padrone; al termine della monda, con la magra busta stretta nella mano, andò a chiedergli scusa.

E c'erano tafani; i cervi d'acqua grandi come una noce, con vere e proprie corna; i sòregh, i topini d'acqua, che facevano il nido nel riso e che, mondando, si finiva per cogliere con la mano.

E la mariètta? La mariètta e il fa prèst, appena un po' più grande, erano insidiosi, invisibili come i pappataci; il loro morso, rapidissimo tra le dita affaticate, "faceva quasi perdere la ragione", sospira Lidia.

Per gli inevitabili bisogni fisiologici si faceva un passo indietro o lateralmente; non si poteva uscire dalla fila, non era permesso. Fu così che un giorno, senza accorgersene, Maria la fece nel grande cappello di paglia che le scendeva sulla schiena.

Quel cappello, che le mondine di Novi ancora esibiscono in concerto, è diventato il simbolo di un oriente domestico annegato in un mare di diserbanti. Viliana lo portava piegato su di un lato della faccia, per difendersi dal sole, e allora veniva sgridata perché sembrava che non lavorasse. "Sta' giù, piegati!", brontolavano le più vecchie, che la miseria ottocentesca aveva forse costretto a piegarsi non solo nel corpo.

I sacrifici quotidiani si prolungavano nel mangiare: scarso, ai limiti della sussistenza. All'inizio della mattina, verso le 8, tra le file che inesorabilmente lavoravano rinculando ("a cul indrè") passava il buttasèr o barilèr. Dal bariletto pieno d'acqua dava da bere, a turno, con il mestolo; dava anche la pagnotta.

Si tornava a mangiare verso mezzodì, alla cascina, dove si faceva una breve pausa di riposo: riso e fagioli, fagioli e riso. Per cambiare, maccheroni e riso. 1 kg. di riso al giorno, verso il '50, era anche l'aggiunta alla paga, da portare a casa. Volendo, si poteva comprare qualcosa da mangiare ma era un orgoglio, oltre che una necessità, tornare a casa con la "campagna" tutta intera.

Qualche volta in risaia, in mezzo alle spighe, si trovavano nidi d'uccelli, e con le loro uova si integrava il monotono pasto. C'erano poi le rane, acchiappate e infilate dentro i manicotti, dove saltavano su e giù finché non veniva l'ora di friggerle, magari accompagnandole con le patate "rubate" al padrone, cotte nel camino dopo averle infilzate con un ferro.

Si faceva anche il trapianto. Si andava a togliere le piantine giovani, seminate fitte fitte, e le si trapiantava nel fango di un campo prosciugato con le chiuse, gli aquaròl.

I cavallanti, dalle slitte tirate appunto dai cavalli, gettavano alle donne le mazzette di piantine già levate. In settembre gli uomini di nuovo prosciugavano e poi mietevano nel fango, portando i covoni fuori dai campi su barelle, sempre attaccate ai cavalli.

Finiti i lavori del giorno, la vita di giovani e ragazze, per quanto stanchi, riprendeva il sopravvento. Bastava una fisarmonica o anche soltanto il canto: ancora di protesta, e poi d'amore.

A volte si faceva tardi, la notte: si ballava all'osteria, le donne con le gambe strofinate con sapone e spighe di riso per grattar via il verderame accumulato tra il concime e l'acqua stagnante.

Le contadine del luogo non vedevano di buon occhio le mondine. Erano forestiere, lontane da casa, libere, piene di slanci.

Ma nessuna emozione era eguagliabile a quella del giorno della paga, quando erano chiamate una alla volta fuori dal gruppo, secondo la lista, in base al computo delle ore fatto dal caposquadra o dalla "prima mondina".

I soldi venivano conservati in seno, in un sacchettino di stoffa appuntato con una spilla. Come pianse, Diva, quando le rubarono parte del denaro dalla cassetta lasciata aperta nello stanzone! Le più anziane le consigliarono di andare dal prete per un'apposita preghiera, il sequèris, che avrebbe suscitato il pentimento del ladro. Il prete ne era così sicuro che le consigliò di lasciare aperta la cassetta, perché il colpevole potesse rimettere il maltolto senza farsi scoprire. Naturalmente, il giorno dopo a Diva sparirono anche i pochi soldi rimasti. Ma, ancora una volta, scattò il legame di gruppo: nella cassetta aperta ai piedi del pagliericcio tutte depositarono qualcosa, fino a raggiungere la somma mancante.

Con la cassetta in spalla, i soldi in seno, il sacco di riso in mano, Diva, Lidia, Laura, Manuela, Adriana e le altre riprendevano il treno-bestiame per fare ritorno a casa, dove l'esser state in risaia, sintomo di una condizione sociale davvero umile, era considerato con un leggero senso di compatimento; quasi, per taluni, di disonore. Forse è per questo che durante i 40 giorni le donne avevano coperto il viso con uno strato della pesante pomata "Biancardi"; faceva sudare, si, però là, sotto quella crosta bianca rigata di sudore, il viso poteva non diventare del tutto scuro.

Sono tornate a casa, le mondine. Tra di loro, alcune ragazze giovani, una futura mamma, perfino una scozzese, ma non più i cavallanti.

Le canzoni, adesso, non sono soltanto quelle della monda, ma canti popolari di ogni genere, di tutta Italia, anche stranieri.

Guardavano avanti, le mondine, benché le immagini d'epoca ce le tramadino nel loro incessante retrocedere.

La monda, per tutte, è stata così: una cosa da ricordare, ma anche da dimenticare.

Dal libro "Il coro delle mondine - immagini e canti dalle risaie padane",
di Nunzia Manicardi (fotografie di Enrico Pasquali),
giugno, 1996